Spagna 1982, quel mondiale che cambiò tutto


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RESET : OLTRE GLI STEREOTIPI

di Toni Ricciardi

«Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!» Voce storica della Rai, Nando Martellini diede il via ai festeggiamenti di quella che fu più di una vittoria calcistica della nazionale azzurra nel 1982. La vittoria del Mundial – l’ultimo era stato vinto nel lontano 1938 – non fu solo la consacrazione sportiva di un Paese che si era lasciato alle spalle gli anni violenti del terrorismo e si stava avviando a vivere il decennio della Milano da bere. Gli anni ottanta segnarono la consacrazione dell’Italian Lifestyle, del vivere, del vestire e, soprattutto, del mangiare italiano nel mondo.
    Improvvisamente, furono riscoperti un’arte e un modo di vivere ricercati e inseguiti mondialmente. Lo stesso accadde in Svizzera, dove la plurisecolare presenza italiana veniva progressivamente accettata e riconosciuta. La stagione delle iniziative antistranieri, nei fatti contro la presenza in massa degli italiani, erano state depotenziate. Dal paesaggio delle periferie delle grandi città elvetiche iniziavano a scomparire le baracche, che da decenni «ospitavano» decine di migliaia di stagionali. Una comunità intera, che ormai aveva abbondantemente superato il mezzo milione di presenze – che, nel frattempo aveva assistito a centinaia di migliaia di rientri, figli della crisi economica degli anni settanta e in parte della voglia mai svanita di molti di ritornare in Italia –, non attendeva altro che poter manifestare, almeno per una volta, la propria bravura e che questa le venisse riconosciuta mondialmente.
    D’altronde, lo sport, il calcio in particolare, almeno dal secondo dopoguerra in poi, ha un significato che va oltre la mera competizione. Il calcio, come lo sport, è politica, nella misura in cui abbatte barriere invalicabili anche per la diplomazia – si pensi alle due Coree che hanno sfilato insieme alle ultime olimpiadi invernali.
    Probabilmente quell’11 luglio del 1982 allo stadio Bernabeu di Madrid, per la prima volta dal secondo dopoguerra, milioni di italiane e italiani sparsi per il mondo, che da decenni contribuivano con il loro lavoro al benessere dei paesi di accoglienza, hanno avuto la possibilità di manifestare pubblicamente la loro gioia. Anche da noi, nella piccola Svizzera, quella notte rappresentò un momento di non ritorno.
    I canoni della quiete elvetica e quell’aurea convivenza incapsulata vennero infranti dal rumore dei clacson delle auto, che per la prima volta sfilavano senza pudore e senza la paura di essere redarguiti dalla polizia degli stranieri. Per la prima volta nella storia, la vivacità italiana venne apprezzata in crescenti fette della società. Ancora oggi, ogni mondiale o europeo giocato dopo il Mundial – e lo stesso accadrà per quello appena iniziato – sono divenuti momenti di gioia pubblica da manifestare all’italiana. Certo, non nascondiamo l’amarezza per il nostro essere semplici spettatori – l’ultima volta che non ci siamo qualificati fu nel 1958 –, tuttavia, dobbiamo avere contezza di quanto abbiamo insegnato e diffuso in questo Paese, non solo calcisticamente. E non è un caso che una delle più importanti società svizzere che offre anche servizi televisivi abbia costruito la sua campagna pubblicitaria su questa assenza. Eppure, a volte, le coincidenze capitano. Infatti il 22 giugno si affrontano la Serbia e la Svizzera, in una partita che, ci possiamo scommettere, ha un significato ben più profondo della mera sfida calcistica. Non fosse altro per la numerosa presenza di serbi in Svizzera e per le difficoltà di accettazione che ancora persistono nei loro confronti. E che, si spera, possa prima o poi sdoganarsi del tutto come è accaduto per gli italiani.
    Il 22 giugno, quando molti di noi guarderanno la partita, tifando per l’una o l’altra squadra, dedichiamo un solo istante agli ultimi sette decenni della nostra presenza in questo Paese. Infatti, esattamente il 22 giugno di settanta anni fa, nel 1948, fu siglato l’accordo «di reclutamento» di mano d’opera tra Svizzera e Italia. Erano trascorsi appena due anni da quello concluso tra Italia e Belgio, passato alla storia come l’accordo «di deportazione» (per via dello scambio tra minatori e carbone), quando si siglò un testo che cambiò per sempre la storia di Svizzera e Italia.
    Da quel giorno molte cose sono cambiate, i Paesi stessi sono cambiati, così come le donne e gli uomini che hanno vissuto dall’una o dall’altra parte questa lunga storia che non va solo rivendicata, ma ricordata e contestualizzata affinché funga da bussola e da modello, dimostrando che una convivenza comune, nonostante le mille difficoltà, è sempre e comunque possibile. Buon mondiale a tutte e tutti.


Toni Ricciardi è storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra. Condirettore della collana Gegenwart und Geschichte-Présent et Histoire delle edizioni Seismo, è tra i coautori del Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, del primo Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (2014) e membro del comitato editoriale di Studi Emigrazione. è autore di Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera (2013), Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana (2015), Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone (2016) e L’Imperialismo europeo (2016). Nel gennaio 2018 ha pubblicato una Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera.