Mafia in Svizzera, le radici calabresi

La più grande operazione antimafia all’estero si è svolta l'8 marzo 2016 sotto i nostri occhi. Il Ministero pubblico della Confederazione sapeva già da tempo della presenza di una cosca in Svizzera. Una storia di oggi che viene da lontano.

© Alberto Campi / Calabria /  Archivi

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Mattia Pacella

La camicia blu aperta sul petto, la pancia gonfia dal pranzo, le mani stringono i pantaloni alla vita per non farli cadere. Giuseppe Oppedisano ha fatto 1500 chilometri per essere lì. Davanti a lui guida Michele Oppedisano, è giovane, ma il retaggio della sua famiglia lo obbliga a essere in quel luogo. Con loro c’è Romeo Carmelo Cavallaro; nonostante il caldo indossa una maglia nera e jeans scuri.

L’aria è afosa in quel 18 agosto 2009. È passato da poco ferragosto. Le vie di Rosarno sono deserte. La gente o prende il sole al mare, o dorme al riparo in qualche fresco rifugio climatizzato. Le lancette segnano le 15.34. Proprio in quell’istante la Kia nera targata Turgovia varca il cancello del frutteto di Don «Mico» Oppedisano. I tre scendono dalla macchina.

Giuseppe è nato a Monsoreto nel 1958, ma è residente da 40 anni anni in Svizzera, al numero 1 della Stubenakerstrasse, a Isikon. Michele è nipote di don «Mico», nato a Cinquefrondi nel 1983, residente a Kefikon sempre nel canton Turgovia. Cavallaro, invece è l’unico che è nato su territorio elvetico, proprio a Frauenfeld, nel 1973.

Un lungo viaggio, ma loro devono essere lì. Qualcosa di importante sta per accadere. All’ombra di quegli aranci le quattro persone non stanno contrattando un semplice carico di prodotti agricoli. Sotto le fronde di quegli alberi, e non in un’opulente salone, l’organizzazione criminale più potente al mondo disegna il suo destino, come molte altre volte d’altronde. È un vero e proprio rito esoterico.

 

Le «piante» di Frauenfeld

I tre «elvetici» si sono recati in Calabria per ricevere le doti o meglio le «piante», come si usa nel gergo ‘ndranghetista. Queste nomine permettono di poter vantare poteri anche sul territorio svizzero. Come un battesimo davanti a Dio, nessuno può scalfire quello che a Rosarno è stato trasmesso. Una certificazione di appartenenza esportabile ovunque. Un documento che vale in ogni paese.

Leggere le oltre duemila pagine del Decreto di fermo dell’operazione Crimine, che nel 2010 ha portato all’arresto di oltre trecento ‘ndranghetisti in tutto il mondo, è un pugno allo stomaco. E fa ancora più male in questi giorni. Graffia con unghie laceranti, la bocca si secca. Sì perché in quegli atti giudiziari è tutto già scritto. E quello che viviamo noi oggi non è altro che un film al rallentatore. Una pellicola in bianco e nero che va a scatti a causa delle increspature del tempo. Il sapore che rimane è aspro.

È amaro come le arance di don «Mico». All’anagrafe Domenico Antonio Oppedisano, 81 anni all’epoca, è considerato il capo della ‘ndrangheta. La più alta carica dell’organizzazione mafiosa della Società Maggiore venne arrestato grazie alle intercettazioni e ai video degli inquirenti. Fu condannato a 10 anni carcere per associazione mafiosa.

Secondo il pm di Reggio Calabria Antonio De Bernardo, Oppedisano era il detentore delle regole. Il suo potere permetteva di tenere unite le cosche disseminate per il mondo. Un meccanismo di protezione che ha permesso all’organizzazione Calabrese di essere la più solida, inviolabile nel tempo. Ed è proprio grazie alla sua mediazione, nell’agrumeto di Rosarno nel 2010, che la faida tra la Società di Frauenfeld e quella di Singen, in Germania, venne risolta sul nascere.

 

Paralisi elvetica

Ora a distanza di sei anni giungono i quindici arresti dell’operazione Helvetia, nata nel 2014, la più grande mai effettuata fuori dal territorio italiano. Tuttavia, nemmeno dopo la sentenza storica nei confronti del capo della «locale» elvetica Antonio Nesci, condannato a 14 anni di carcere lo scorso ottobre, le autorità elvetiche si sono mosse. Basti pensare che le prime richieste di estradizione da parte italiana datano del febbraio 2015.

I quindici fermi sono dell’8 marzo 2016. Più di un anno di distanza. Suona ancora più come una beffa il fatto che sei dei membri sono stati rilasciati dopo soli tre giorni dall’arresto. Per tornare in libertà hanno dovuto pagare una cauzione «adeguata alla loro situazione economica», ha dichiarato il portavoce dell’Ufficio federale di giustizia Raffael Frei. Il solo degli arrestati che in un primo momento si era detto disposto ad essere estradato ha nel frattempo ritirato la sua autorizzazione.

Due altre persone sono state sentite, ma non possono essere estradate poiché sono di nazionalità svizzera. Ciò vuol dire che sono a piede libero, senza nessuna accusa a loro carico. Le autorità hanno dopo poco trattato anche con i nove in carcere per una rimessa in libertà a precise condizioni perché – secondo l’UFG – «il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove è minimo, la maggior parte dei presunti mafiosi arrestati vivono da anni in Svizzera e già sapevano di essere nel mirino negli inquirenti italiani».

In questo contesto le parole del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato fanno ancora più male: «La magistratura svizzera deve cominciare a operare in autonomia, con sue indagini, con suoi procedimenti perché non c’è soltanto la mafia italiana in Svizzera. C’è la mafia dell’est, ci sono le mafie balcaniche, che vedono alcuni paesi, per esempio la Svizzera, come una base logistica. L’operazione Helvetia, è soltanto la punta dell’iceberg», conclude il magistrato.

La Svizzera dunque come una base al centro dell’Europa: la cerniera tra Germania e Italia. Dove non esiste il reato di associazione mafiosa, dove neppure il fatto di sapere della presenza di una cosca è sufficiente a far scattare le manette.

Alla luce di tutto ciò il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha annunciato che i reati legati alla criminalità organizzata saranno coordinati da un solo magistrato. Un passo avanti, anche se al momento è difficile dire se basterà. I lavori infatti non dovrebbero mancare in futuro. Basti considerare che secondo alcune stime in Svizzera sarebbero attive cinque o sei cosche ‘ndranghetiste. Secondo il procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, sarebbero addirittura una ventina.

 

Grazie a Facebook...

Tutto si scioglie alla luce del sole. Gli avvenimenti infatti non si esauriscono qui. Da tempo le autorità elvetiche erano state informate che il 27 marzo 2010 gli affiliati alla cosca si ritrovano all’hotel Schäfli nei pressi di Frauenfeld. Tra loro c’era anche Donato Fratto. L’Italia aveva spiccato poco prima un mandato di cattura. A causa di errori tecnici nella rogatoria non venne arrestato in Svizzera.

Sarà poi una foto su Facebook e la passione per la moto ad essergli fatale. Fratto viene infatti fermato il 28 maggio 2011 dai carabinieri a Genova mentre si sta imbarcando per la Sardegna dove avrebbe dovuto partecipare a un raduno di Harley Davison. Sulle lisce strade sarde però Fratto non arriverà mai.

Molti dunque gli eventi noti alla giustizia. E solo pochi gli arresti se considerata la portata del fenomeno. Già nel 2010 un articolo del giornale ticinese il Caffè parlava della presenza del boss ‘Ntoni Nesci a Turgovia. Sono passati sei anni ma le «piante» di Frauenfeld nascono ancora al sole della Calabria. E le loro radici sono ben radicate nell’agrumeto di Rosarno. I