Frédéric Esposito: “La difficoltà delle regioni italiane non è la situazione politica in Italia, ma la situazione economica in Europa”

© Alberto Campi / Lodi, 14 ottobre 2017

© Alberto Campi / Lodi, 14 ottobre 2017

 

La crisi catalana, le rivendicazioni autonomiste della Lombardia e del Veneto, il voto nazionalista in Corsica, le spallate scozzesi al parlamento di Londra… per capire se e come il fermento secessionista proseguirà nel 2018, Il Quaderno ha intervistato Frédéric Esposito, cittadino svizzero di origine italiana, politologo e docente dal 2013 al Global Studies Institute dell’università di Ginevra.

Luisa Ballin

Professor Esposito, cosa sta succedendo nell’Europa delle regioni?
Frédéric Esposito: Due fatti interessanti. Il primo è la volontà, in Italia, in Spagna, in Francia e anche in Scozia, di riconoscere a certe regioni una maggiore autonomia con competenze specifiche. L’altro aspetto è che queste richieste di autonomia non si accompagnano necessariamente di una richiesta di indipendenza. Il recente voto legislativo in Corsica è rivelatore in questo senso. Si è evocato la volontà di ottenere certe competenze e poteri particolari, senza separarsi amministrativamente dala Francia. Vedo in questo senso l’evoluzione del dibattito sui regionalismi in Europa, che potevano essere visti come delle velleità di indipendenza una decina di anni fa, e che oggi sono desideri di autonomia, di riconoscimento politico e di rafforzamento di competenze nelle aree fiscali ed economiche.

Mantenendo una volontà di indipendenza, la Catalogna fa eccezione, perché?
Dobbiamo tornare al 2002-2003 per capire la volontà indipendentista della Catalogna. Dopo la rottura del dialogo tra le autorità di Madrid e quelle di Barcellona che volevano ottenere più autonomia, il voto sull’indipendenza era diventata una prospettiva inevitabile per gran parte dei Catalani. Quell’interruzione, ricordiamolo, è in gran parte responsabile della situazione odierna difficile e tesa in Catalogna. Ed è il motivo per il quale la crisi catalana è unica in Europa, non è paragonabile alle spinte autonomiste che si riscontrano in Corsica, Lombardia e Veneto.

Come avrebbe dovuto comportarsi l’Unione Europea nel caso catalano?
Penso che l’Unione europea abbia fallito alla sua missione, che è di intervenire, non dico come arbitro, ma come mediatore per un dialogo tra Madrid e Barcellona. Ha tradito la sua vocazione politica di mantenere un equilibrio democratico e di pace tra i paesi membri. Ciò è valido anche per quelle regioni che vivono un momento di tensione con il loro esecutivo nazionale. Quando il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker à andato a Salamanca per ricevere un dottorato honoris causa da una università che si trova in una regione opposta all’indipendenza della Catalogna, pronunciando un discorso a favore del governo spagnolo, è chiaro che l’Europa non ha capito il suo ruolo di mediatrice in un conflitto che, pur essendo intra-statale, la riguarda anche.

Frédéric Esposito © Jacques Erard

Frédéric Esposito © Jacques Erard

Perché in Italia la Lega Nord non è più così virulenta nelle sue rivendicazioni autonomiste? Ci si aspettava che facesse leva sul voto catalano, invece no.
Lei fa bene a ricordare che la richiesta di una maggiore autonomia è legata a un progetto politico, quello della Lega Nord, che costruisce ormai il suo discorso sulla volontà di opporre “l’Italia che lavora a quella che non fa niente” anche se ciò va contro la tendenza che si osserva oggi sul piano economico in Italia. C’è quindi una volontà politica di fare valere la ricchezza della Lombardia e del Veneto nei confronti del resto d’Italia. Il vero scopo è di frantumare la solidarietà che esiste tra le regioni italiane. Probabilmente la Lega avrebbe potuto strumentalizzare il voto catalano per giustificare una richiesta d’indipendenza del Veneto o della Lombardia. Ma, ripeto, le situazioni sono diverse e la Lega è oggi lontana dal progetto politico degli indipendentisti catalani.

Come valuta la tensione post-Brexit tra Scozia e Regno Unito?
La minaccia scozzese di riaprire le urne indipendentiste non è proferita per avere una più grande indipendenza ma per rimanere legata istituzionalmente all’Unione europea. È una particolarità che si aggiunge ad un quadro già complesso. Ma ancora una volta, anche in questo caso è deplorevole che l’Europa insista sulla protezione esclusiva di uno Stato nazione senza dare il necessario peso a certe rivendicazioni regionali.

L’Europa vuole forse evitare di scoperchiare il vaso di Pandora…
Il vaso di Pandora è già stata aperto dai Catalani. Il problema è sul tavolo, ma non viene gestito. Il caso della Scozia è differente perché si iscrive in un processo democratico che è stato convalidato a Westminster affinché si permetta un voto in Scozia e che venga rispettato il risultato di quel voto. In Catalogna c’è stato un processo di auto-proclamazione dell’indipendenza fuori dal quadro istituzionale nazionale. Questo ha irrigidito il governo spagnolo. Con il rischio di sembrare insistente, la situazione catalana avrebbe dovuto spingere l’Unione europea a assumere un ruolo di intermediario, non prendendo posizione contro il governo spagnolo o a favore degli indipendentisti, ma semplicemente assumendo il suo ruolo.

Per tornare all’Italia, come spiega le tensioni tra il nord, il centro e il sud del paese, a livello politico e a livello dei cittadini?
Le tensioni tra nord e sud Italia sono più visibili da quando sono diventate una leva politica, prima della Lega poi di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi ha opposto l’Italia nel nord all’Italia del sud. È un elemento che fa ormai parte del paesaggio politico italiano. Attualmente, non mi sembra che ci sia in Italia una tensione esacerbata per certe rivendicazioni nazionaliste, ma una richiesta di normalizzazione che potrebbe forse rafforzare il potere regionale all’interno dello Stato italiano. Non credo che ci sarà un effetto domino, perché, come dicevo prima, il contesto del voto catalano è specifico alla Spagna. È il prodotto di un contesto politico particolare che non si può esportare in Italia.

Lei è originario di Sorrento, e conosce bene Napoli e la Campania, una città e una regione che spesso sono bersaglio dei leghisti. Cosa direbbe ai chi vanta la produttività del nord contro quella del sud?
Direi innanzitutto che la regione e la città di Napoli hanno registrato un’evoluzione straordinaria in quest’ultimo decennio. Migliorando nettamente la qualità di vita e la pulizia della città che è oggi meno caotica e più accogliente rispetto al passato. Con un certo orgoglio, i Napoletani vogliono dimostrare che l’Italia del sud si rimbocca le maniche e fa fronte con impegno alla situazione economica nazionale e internazionale. Perché non ci si deve nascondere la faccia, la prima difficoltà delle regioni italiane non è la situazione politica in Italia, è la situazione economica in tutta Europa.

Vuol dire che la sfida economica è più importante della crisi identitaria in Italia e nel resto dell’Europa?
Quando si viaggia sulla costiera amalfitana, o in Grecia, si osserva un elemento paragonabile: le conseguenze della crisi economica del 2008 sono ancora visibili. Secondo me, è quella la prima preoccupazione degli italiani e dei napoletani e non l’opposizione sterile, fomentata da politicanti, tra il nord e il sud. L’ambizione dei cittadini è invece di assistere a una crescita economica più importante e ad un’azione più forte del governo per migliorare il quadro economico e sociale italiano. Se penso al decennio passato, mi sembra che le tensioni tra nord e sud si siano ridotte.