Riccardo Bocco: “La decisione di Trump rischia di fare giurisprudenza”

Riccardo Bocco, professore di sociologia al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra © DR

Riccardo Bocco, professore di sociologia al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra © DR

 

Il 6 dicembre, il presidente degli Stati Uniti dichiara che traferirà l’ambasciata statunitense a Gerusalemme destando grande preoccupazione a livello internazionale e rabbia nei territori palestinesi e nel mondo arabo. Riccardo Bocco, cittadino italo-svizzero, nato a Torino, professore di sociologia politica al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, uno degli osservatori svizzeri più acuti del Medio-Oriente, risponde alle domande del Quaderno.

Luisa Ballin

A mente fredda, come valuta la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme?
Riccardo Bocco
: Da un lato si potrebbe dire che si tratta di un atto di incompetenza o di follia. Ma ci sono alcuni segni che precedono questa decisione. Nell’ultimo mese, Donald Trump ha minacciato di non rinnovare la residenza della Missione dell’Organizzazione di liberazione della Palestina (OLP) a Washington; poi il Congresso degli Stati Uniti ha adottato una legge per ridurre gli aiuti alla Palestina poiché l’Autorità palestinese manda dei fondi ad ogni prigioniero palestinese detenuto in Israele; infine, è arrivata la dichiarazione su Gerusalemme. Questi tre atti, chiaramente anti-palestinesi, lasciano perplessi rispetto al fatto che il presidente degli Stati Uniti continui a volersi proporre come mediatore di pace nel conflitto israelo-palestinese.

Cosa intende fare allora il presidente statunitense?
Una settimana prima, Jared Kushner, il genero del presidente, ha detto che la dichiarazione di Donald Trump sarebbe stata il primo atto di un piano più grande. Ma nessuno sembra sapere quale sia questo piano. La mia interpretazione è che Donald Trump dica una cosa: nel conflitto israelo-palestinese, che dura da settant’anni, Israele ha vinto e i palestinesi devono adattarsi. Come Donald Trump voglia poi far passare questa cosa con la forza è ancora un altro paio di maniche.

Cosa la preoccupa maggiormente?
Due cose sono inquietanti nel funzionamento di Donald Trump: non sembra capire che in ogni processo di pace, e non soltanto nel conflitto israelo-palestinese, c’è un minimo senso di giustizia che le due parti devono sentire. E per i palestinesi, l’ingiustizia si accresce di giorno in giorno. Penso quindi che non ci siano le basi per pensare a un processo di pace sostenibile. D’altro lato, ed è ancor più inquietante, il presidente degli Stati Uniti va contro il diritto internazionale. Riconoscendo Gerusalemme Est e Ovest, come capitale di Israele, riconosce indirettamente come legale l’occupazione militare israeliana su Gerusalemme Est. È veramente allarmante nella misura in cui la decisione di Donald Trump farà giurisprudenza. È quindi potrebbero esserci altre situazioni dove, se sul terreno c’è un vincitore, gli si darà ragione... dimenticando il diritto internazionale.

Cosa vuol dire concretamente?
Parlo dell’occupazione militare. Israele è firmatario della Quarta convenzione di Ginevra, ma non riconosce che si tratta di occupazione quando afferma la sua presenza su territori contestati. Questi due aspetti sono gravi. Ci sono altri elementi: Trump non è un “born again”, non è un evangelico, non è un cristiano sionista. Aveva promesso ai suoi elettori che sarebbe andato avanti con il suo appoggio a Israele. Sul piano interno rafforza una parte del suo elettorato. Sul piano internazionale è una catastrofe. Ma non sembra che gli importi molto.

Con la dichiarazione di trasferire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, il presidente Trump si è quindi schierato apertamente a favore di Israele?
Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sono in una situazione simile. Tutti e due governano essendo costantemente sotto investigazione per una ragione o per un’altra. Tutti e due avanzano in un modo difficilmente comprensibile, e attaccano costantemente i media. Il primo ministro israeliano cerca di far adottare nuove leggi per far tacere i giornalisti. E Donald Trump dice che danno “fake news”, notizie false.

Come può reagire la comunità internazionale? Riconoscendo lo Stato palestinese?
Lo Stato palestinese è già stato riconosciuto come Stato osservatore alle Nazioni Unite. Il problema è: che riconoscimento dello Stato palestinese ci potrebbe essere? Basato su che criteri? Sulle frontiere della guerra del 1949 o del 1967? Con l’implicazione che tutti gli abitanti delle colonie israeliane devono essere trasferiti. Per il momento, parlando dello Stato palestinese, non sappiamo di che cosa si tratta. Non ci sono frontiere territoriali chiare. Che sovranità avrebbe questo Stato palestinese? A questo proposito non è inutile ricordare che in Algeria c’erano i francesi, come nei Territori occupati ci sono oggi gli israeliani. E i francesi se ne sono andati dopo più di un secolo di occupazione… grazie a De Gaulle che aveva capito che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è una bomba a ritardo se non se ne sa ascoltare il ticchettio. Gli israeliani hanno festeggiato in giugno scorso i cinquant’anni dell’occupazione, ma se nessun leader israeliano capirà che gli Israeliani devono ritirarsi nel loro Stato, che rappresenta già il 78% della Palestina storica e che è stato peraltro riconosciuto dall’OLP nel 1993 attraverso gli Accordi di Oslo, la società israeliana andrà verso un suicidio morale collettivo!

Che ne sarà della popolazione palestinese?
Non si sa quale sarà la popolazione palestinese, perché il ritorno dei rifugiati rimane un punto interrogativo. La comunità internazionale ha riconosciuto che esiste uno Stato palestinese con le clausole dell’Accordo di Oslo, ma che ci deve essere una negoziazione. Penso che, al contrario, ci sarebbero altre opzioni. Il presidente dell’Autorità palestinese pagherà di persona perché ha creduto ad oltranza a questi negoziati con gli israeliani, che non solo non hanno prodotto niente, ma che anzi sono sempre più catastrofici. Lui e Salam Fayad, l’allora primo ministro palestinese, hanno fatto giocare ai servizi di sicurezza palestinesi il ruolo di polizia sulla propria popolazione, per conto degli israeliani. Salam Fayad è arrivato al punto di criminalizzare la resistenza palestinese.

In questo quadro, cosa potrebbe fare il presidente Mahmoud Abbas?
A mio avviso potrebbe dissolvere o sospendere temporaneamente l’Autorità palestinese, cosa che lui ha più volte minacciato di fare ma che poi non ha mai fatto. Se la sospendesse, verrebbe fuori un caos gigantesco che metterebbe gli israeliani di fronte alle loro responsabilità e soprattutto la comunità internazionale che non è capace di dire a Israele: basta!

Non ci sono altre opzioni per i palestinesi?
I palestinesi sono in ginocchio. C’è un’asimmetria militare, politica, economica ad ogni livello che vede sempre i palestinesi perdenti.

Quale è la posizione della Svizzera?
La Svizzera, attraverso il suo nuovo ministro degli Affari esteri, Ignazio Cassis, ha espresso inquietudine in termini diplomatici rispetto alla dichiarazione di Donald Trump. È difficile prevedere cosa farà la Svizzera. Il rappresentante svizzero presso l’Autorità palestinese, Paul Garnier, è partito al Cairo e a Ramallah c’è adesso Julien Thöni, come capo dell’Ufficio di rappresentanza svizzera. Paul Garnier aveva sviluppato il lavoro di riconciliazione palestinese fra Hamas e Fatah. La Svizzera non aveva boicottato Hamas, dopo la sua vittoria alle elezioni del 2006. La Svizzera continua ad avere la stima di vari partners locali ed internazionali. Con una eccezione: due settimana fa gli israeliani non hanno lasciato entrare un mediatore svizzero a Gaza con il pretesto che gli svizzeri parlano troppo con Hamas. Questo a parte, la posizione della Svizzera, per il momento, è stata chiara, nella sua difesa di un processo di pace con due Stati. Ha articolato, in modo coerente una politica chiara. E ugualmente, sul piano della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario, è stata il coordinatore dei paesi donatori dell’UNRWA. Il lavoro fatto dalla Svizzera è stato importante.

La Svizzera ha anche favorito l’Iniziativa di Ginevra, quando Micheline Calmy-Rey dirigeva il dipartimento degli Affari Esteri…
Ci sono stati due testi dell’Iniziativa di Ginevra. Il primo è del 2001. Il secondo, più importante, del 2009. Sulla questione dei rifugiati, nel secondo testo sono stati integrati elementi importanti, sempre basati sul diritto internazionale. Aprendo tra l’altro in modo esplicito la discussione sulla compensazione, secondo i criteri della risoluzione 194 dell’ONU del 1948. Ma quando il testo è stato dato al primo ministro israeliano Netanyahu, nel 2009, lui ha detto grazie, l’ha messo nel cassetto e non l’ha mai più tirato fuori.    

Come definisce la posizione dell’Italia nel conflitto israelo-palestinese?
Le relazioni Italia-Israele sono floride su vari piani. Da un punto di vista commerciale, l’Italia è il terzo paese esportatore nel quadro dell'Unione europea, e il decimo a livello mondiale. Nell'ambito culturale e universitario, la cooperazione è molto importante e le nuove scoperte di gas nel Mediterraneo sembrano poter promuovere nuovi rapporti di cooperazione italo-israeliani. La cooperazione allo sviluppo si estende anche a operazioni tripartite in Africa sub-sahariana, nell'ambito dell'agricoltura e dei progetti idrici.

Vede un’evoluzione della posizione italiana?
Storicamente, un forte riavvicinamento a Israele è avvenuto durante i governi di Silvio Berlusconi, nonché la celebre visita di quest'ultimo agli inizi del 2010 quando l'allora primo ministro italiano affermava alla stampa che non aveva notato l'esistenza del 'muro'. Matteo Renzi vanta una solida amicizia con Benjamin Netanyahu e l'attuale primo ministro Paolo Gentiloni è nella stessa scia.

E per quanto riguarda le relazioni tra l’Italia e i Palestinesi?
Sono oggi lontani i tempi quando la sinistra italiana, e non solo, sosteneva l'OLP e si preoccupava delle derive del potere israeliano e dell'occupazione. In Italia, il movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, in inglese Boycott, Divestment and Sanctions) è debole e la minaccia di essere considerati 'antisemiti' se si osa criticare il governo israeliano sono forti. Le dichiarazioni del ministro italiano degli Affari esteri, Angelino Alfano, si sono limitate a sottolineare una certa preoccupazione. L’Alto responsabile degli Affari esteri dell’Unione europea, Federica Mogherini, e il papa Francesco hanno, loro, espresso 'grande' preoccupazione. Globalmente, non c'è da aspettarsi una presa di posizione italiana che articoli le esigenze del diritto internazionale con i fatti sul terreno che Donald Trump ha avallato.