“Rimanendo sul confine” in attesa del Settebello

Attraverso la metafora della partita a scopa, lo spettacolo teatrale del varesino Stefano Beghi racconta storie di uomini e speranze in quel piccolo tratto di frontiera tra il Canton Ticino e l’Italia.

Stefano Beghi durante la prima rappresentazione parziale dello spettacolo Simplon. © Alberto Campi, 2017.

Stefano Beghi durante la prima rappresentazione parziale dello spettacolo Simplon.
© Alberto Campi, 2017.

 

Alberto Campi

Raccontare il confine tra Italia e Svizzera attraverso lo sguardo di chi sul confine ci è nato e ci vive è lo scopo ben riuscito dello spettacolo teatrale Rimanendo sul confine, di Stefano Beghi, con la musica dell’autore Marco Prestigiacomo.

Uno spettacolo caratterizzato dalla scenografia minimalista e dalla musica originale suonata dal vivo. Elementi che fanno da contorno e completano l’intensa interpretazione del protagonista Stefano Beghi, nei panni di un insegnante “del gioco di carte più diffuso nell’era moderna, la scopa”. Lo spettacolo di circa un’ora narra, attraverso la grande metafora della partita a scopa, il fenomeno del contrabbando romantico degli anni ‘60.

Romanticismo, legalità e illegalità, carte, vino, guardie, briganti, elementi parlanti di Rimanendo sul confine che compongono il disegno di un piccolo spazio di mondo marcato da una linea immaginaria che però esiste, il confine.

Stefano con il suo spettacolo vuole parlare alla gente. Raccontare una bella storia dalle dinamiche semplicemente umane, sotto forma di “fiaba”, coinvolgendo lo spettatore e portandolo a riflettere sull’idea complessa di frontiera e di Stato.

La storia è ambientata sul quel piccolo tratto di confine che divide il Canton Ticino dall’Italia, precisamente tra Ponte Tresa e Porto Ceresio in provincia di Varese. Questa linea di frontiera che un giorno è stata disegnata e materializzata dagli uomini in maniera imperfetta attraverso rete e cippi ma che ad un certo punto sprofonda sparendo nel acque del lago di Lugano. Questa linea vuole dividere due Stati e le persone che lì ci vivono ma in realtà crea nuove dinamiche umane che vi si adattano, la sfruttano o semplicemente la ignorano.

In Canton Ticino e in Lombardia si parla la stessa lingua, persino lo stesso dialetto, ma questa frontiera marca due entità economiche, due Stati che si toccano e attraverso i quali avvengono numerosi scambi legali e illegali. La provincia di Varese oggi più di ieri è terra di frontalieri italiani che prima dell’alba si svegliano per andare a lavorare in Svizzera. Persone cha vanno là dove c’è più lavoro, e che là vengono accettati perché la loro manodopera conviene. Accendendo polemiche al centro del dibattito politico attuale.

Questo confine per anni ha offerto l’opportunità a centinaia di spalloni italiani, dopo una giornata di lavoro, di andare in Svizzera la notte, caricarsi come lumache e portare in Italia la bricolla, il sacco di iuta pieno di sigarette. Un carico portato sulle spalle attraverso una linea, grazie al quale si poteva arrotondare il magro salario.

Sconfiggere la povertà passando notti da contrabbandiere lungo sentieri conosciuti a memoria, cercando di battere la paura, giocando con l’orgoglio e provando a beffare la guardia di finanza. Ecco cosa dava la possibilità di guadagnare qualche palanca per mettere a posto casa o far studiare il figlio. I finanzieri, che giocavano contro, assumevano il ruolo di antagonisti in una terra a loro ostile, dove il confine, fisicamente, non si è mai materializzato.

Guardie e ladri, esseri umani visti come eroi mitici attraverso gli occhi del bambino che osserva gli adulti e che ascolta le storie nell’osteria del padre, terreno neutrale nel quale si incontrano le due squadre attorno ad un tavolo, con una bottiglia di vino nel mezzo. E un mazzo di carte.

 
Una scena di Rimanendo sul confine. © Domenico Semeraro, 2016.

Una scena di Rimanendo sul confine. © Domenico Semeraro, 2016.

 

Questo spettacolo è situato nell’epoca comunemente chiamata del contrabbando romantico e trae spunto dal libro Storie di confine e di contrabbando di Sergio Scipione, un ex finanziere d’istanza a Ponte Tresa negli anni 60-70.

Nella primavera del 2015 Rimanendo sul confine ha fatto il suo debutto a da allora è andato in scena un po’ dappertutto, dalle Dolomiti al Piemonte con varie rappresentazioni anche in Canton Ticino, a Lugano, Locarno e Banco. Ma Stefano Beghi e Marco Prestigiacomo, durante le settimane della tournée di Rimanendo sul confine, non sono rimasti con le mani mano... e la loro voglia di raccontare storie di confine non si è ancora placata.

Nell’idea di produrre una trilogia sulla frontiera i due compari sono già a buon punto con un nuovo spettacolo, Simplon, che vuole raccontarci, con l’aiuto del regista Marco di Stefano, la vicenda, questa volta in un’ambientazione teatrale in stile western, della costruzione del traforo del Sempione.

Lo spettacolo, che tratta di lavoro, frontiera e migrazione, è stato visionato in anteprima per il Quaderno qualche settimana fa; prima che l’embrione dello spettacolo vincesse il premio Strabismi per il sostegno alla produzione.

Stefano Beghi «ci» presenta così, seduto su una bara di legno fatta da lui, e che costituisce un elemento cardine della scenografia di Simplon, nuova produzione di Karakorum Teatro: “Simplon è uno spettacolo ambientato all’inizio del '900 nel cuore delle Alpi che dividono Vallese e Piemonte e traspone un racconto sul confine tra la fiaba e il teatro civile. E’ la storia di un ragazzo che parte per andare a lavorare, per diventare grande. Parte nella speranza di trovare, scavando il tunnel del Sempione, la grande vena aurifera della miniera d’oro di Gondo.”

Anche questo lavoro si basa su un lungo lavoro di studio dei fatti storici per creare una base densa per una storia fantasticamente reale ed umana che parli alla gente. I